«Non esiste il Martini perfetto, ma c’è un Martini per ognuno di noi. Basta solo scoprire quale sia». Ecco quello che afferma il grande guru del Martini Cocktail, Mauro Lotti.

Il Martini è, infatti, uno dei pochi cocktail che nella sua versione “originale” è sopravvissuto nei tempi, alle mode e alle fantasie dei barman e questo perché nessuno ha la vera ricetta e nessuno può davvero impadronirsi del Gin Martini! Forse è proprio questa la vera forza del Martini Cocktail: tutti vorrebbero avere l’ultima parola, vorrebbero raccontarlo a proprio modo e credere di essere nel giusto, ma nessuno può realmente farlo… questo è esattamente ciò che gli dona l’immortalità. Ad esempio, da 150 anni si discute sulla quantità di Vermouth necessaria (ingrediente dal quale viene il nome stesso del cocktail), ma ognuno di noi ha la sua teoria.

E per non sbagliare la cosa più giusta sarebbe chiedere direttamente al martiniano come desidera averlo servito. Lotti, oggi rappresentante dell’azienda Martini, ha, infatti, maturato negli anni di grande esperienza alcune convinzioni che tiene condividere e trasmettere ad ogni barman. In particolare secondo il Maestro il bar è quel «luogo di ricreazione per adulti, dove si va per non sentirsi soli», quando i bambini vanno a letto si apre l’ora viola della giornata, l’aperitivo, il momento in cui gli adulti possono andare a scaricarsi. I martiniani si dividono per filosofia di pensiero però hanno una cosa li accomuna, che li distingue dal resto degli amanti dei cocktail appena entrano nel bar. Non ordinano per sete, per noia o per indecisione. Il martiniano si avvicinerà al bancone per un attimo di benessere. Uno sguardo al barman di riconoscimento e approvazione, in cerca di qualcuno a cui affidarsi che renderà quel momento unico. Questo è quello che per gli amanti del Martini è il Martini Cocktail: un rito, un mito, una leggenda.

Poche certezze

Ebbene, appurato il fatto che la perfezione è un’Utopia e che ogni teoria sulla ricetta è un’aporia, possiamo sicuramente affermare che il tanto raccontato e celebrato drink è un lusso a cui è possibile accedere rispettando due semplici regole:

  1. la prima sta nel Martini glass, il bicchiere è conosciuto con questo nome perché riservato alla preparazione di questo cocktail. La peculiare coppa riserva in sé il fascino e l’eleganza, un lusso anch’esso che rispecchia il pensiero di chi lo ha ordinato. Pensata per preservare la seconda regola fondamentale;
  2. il Martini deve essere servito gelido! Ecco che la forma della coppa permette di tenere il cocktail dal gambo del bicchiere per evitare che il calore delle mani riscaldino il drink. Alcuni addirittura conservano il gin in freezer, altri invece ritengono che il contatto con il ghiaccio al momento della preparazione sia sufficiente. Pensatela come volete ma è appurato che qualsiasi Martini meno che gelido, sarà impresentabile.

Filosofie di pensiero

Tutto il resto… NON è noia, anzi!

C’è chi a logica di pensiero lo preferisce più morbido, come i sostenitori del Martini On The Rocks, tra i quali Umberto Eco e molti altri intellettuali. Questi, infatti, che sono soliti berlo nei lunghi ritrovi in cui pensieri e parole si sfogano per le lunghe, ammortizzano la forza bruta del cocktail girando di tanto in tanto i cubetti di ghiaccio nel bicchiere.

Altra questione riguarda il “shaken, not stirred” per cui alcuni martiniani sostengono che se shakerato il Martini è più freddo, ma anche qui la lotta continua e la libertà di pensiero è più che assoluta tant’è che agli antipodi troviamo chi sostiene che il Martini è solo mescolato e che lo Shakerato è soltanto quello di James Bond.

Non esiste un meglio o peggio, esiste solo un “diverso”. Come diverso ancora è il Martini “riposato”, ne Shaken ne Stirred semplicemente lasciato riposare nel mixing glass a contatto con il ghiaccio e poi versato filtrandolo.

Finito con i liquidi… non finiscono le teorie: quella che al Martini va aggiunta la scorza di limone strizzata sulla superficie del liquido, quella che senza oliva non è Martini e quella che rifiuta ogni aggiunta che distolga dal vero gusto del drink! Poi ecco che il maestro Lotti immerso nella fantasia decide di dedicare al Martini un altro simbolo di ricchezza: un’ostrica nuda, infilzata in uno stuzzicadenti, su cui il liquido mescolato viene fatto scendere (Oyster Martini).

Il Vermouth?

Ufficialmente chiamato Martini Dry dalla IBA, il grande mito non ha un inventore e tantomeno una ricetta, ma è generalmente accettato come cocktail secco e quindi fatto in prevalenza di gin e poco, pochissimo Vermouth. Quanto? Quanto basta direbbero alcuni.

E anche qui le teorie lasciano a bocca aperta: pare che Winston Churchill per preparare il suo Martini si limitasse a un inchino simbolico in direzione della Francia, da cui venivano i Vermouth di scuola Dry. Bunuel, altro appassionato, riteneva bastasse che la luce attraversasse la bottiglia di Vermouth per colpire quella di gin, e da regista, leader del surrealismo, forse aveva un po’ azzardato la realtà, ma questo fa capire quanta attenzione è data al particolare. In molte parti del mondo, soprattutto in Italia, il cliente si aspetta una certa cerimonia nella preparazione, come un battesimo del gin con il Vermouth, dove il barman dovrà soltanto “lavare” il ghiaccio nel mixing glass con il Vermouth per poi gettare quest’ultimo e aggiungere il gin al ghiaccio aromatizzato.

Tutto questo è il motivo per cui si crede che il Martini non sia “roba da bere” ma da raccontare.

Le origini

Delle sue origini non esiste una documentazione, è leggenda anch’essa: alcuni sostengono che sia stato inventato a Martinez, città della California, verso la metà del 1800 da un barman del luogo, Julio Richerlieu. Altri sostengono che discenda dal più antico cocktail Martinez, creato da Jerry Thomas, a base di gin, Vermouth, maraschino e bitter (e ancora oggi i sostenitori del Martini con aggiunta di bitter sono tanti), una fetta di limone e due gocce di sciroppo. E ancora chi crede che il Martini prenda il nome dall’omonimo barman italiano che lo creò appositamente nel 1912 per John D. Rockefeller e chi, invece, crede che la prima ricetta del Martini è quella proposta nel 1884 da O.H. Byron con due schizzi di Curacao, 2 di angostura, mezzo bicchiere di Gin e mezzo di Vermouth.

Con questo è facile affermare che non sappiamo chi davvero sia il suo ideatore, né quando sia nato.

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